Antibiotici negli allevamenti: facciamo chiarezza

E’ opinione molto diffusa che gli animali da allevamento siano imbottiti di antibiotici e che possano esserci dei pericoli per i consumatori. Per tranquillizzare i cittadini sono abbastanza diffusi i messaggi che affermano genericamente l’assenza di impiego degli antibiotici, senza però fornire spiegazioni esaurienti.

Cerchiamo di capire come stanno effettivamente le cose.

Il passaggio tra gli allevamenti estensivi e rurali a quelli intensivi industriali è coinciso con il periodo in cui c’è un  grande sviluppo della produzione industriale degli antibiotici. Questi si ottenevano facendo “fermentare” i funghi che li producevano su un “substrato” costituito da cereali. Al termine della fermentazione si “estraevano” gli antibiotici e restava  una “biomassa” con ottime caratteristiche nutrizionali e contenenti ancora tracce di antibiotici. Si vide che gli animali alimentati con tali biomasse crescevano meglio e si trovavano in buone condizioni di salute. Una serie di studi confermò che piccole quantità di antibiotici nei mangimi danno origine a effetti zootecnici positivi e dovuti anche a migliori condizioni di salute degli animali.

Ciò dipende dal fatto che dosi “sub-terapeutiche” modulano la flora intestinale favorendo lo sviluppo di quella saprofita riducendo quello dei germi potenzialmente dannosi.

Inoltre alcuni antibiotici sono in grado di impedire lo sviluppo di insidiose parassitosi e in particolare la coccidiosi e l’istomoniasi dei tecchini.

Sulla base di queste osservazioni si passò all’uso pratico di antibiotici a basso dosaggio nei mangimi e venne creata una regolamentazione “ad hoc” con l’istituzione di “liste positive di antibiotici” che potevano essere impiegati come additivi nei mangimi.

Gli animali allevati sono soggetti ad essere colpiti da malattie infettive batteriche  che si diffondono rapidamente. In questi casi è necessario intervenire con appropriate terapie antibiotiche che prevedono il trattamento di tutti gli animali presenti negli allevamenti. Per fare fronte a questo problema si decise di autorizzare alcuni antibiotici da utilizzare con modalità diverse da quelli autorizzati come “additivi”.  Vennero cosi “inventati” i mangimi “medicati” che in pratica sono delle specialità medicinali adatte per l’impiego negli allevamenti.

Sia per l’impiego come “additivi”, sia come “farmaci”, sono state imposte delle regole la cui applicazione  garantisce l’assenza di residui pericolosi per i consumatori.

 

Già alla fine degli anni ’60  emerse il problema della farmacoresistenza e nel 1969 nel Regno Unito venne pubblicato il “Rapporto Swann” che mise in evidenza la comparsa di ceppi batterici resistenti agli antibiotici negli allevamenti che ne facevano uso. Da li nacque la convinzione che la questione della farmacoresistenza fosse legata quasi esclusivamente alla zootecnia.

Negli anni successivi si riscontrarono diversi casi umani di malattie infettive sostenute da microrganismi farmacoresistenti e, forse a torto, la zootecnia venne messa alla gogna.

Le Autorità Sanitarie intervennero e decisero di non consentire l’impiego degli antibiotici come additivi dei mangimi e di consentirne l’uso soltanto a scopo terapeutico previo diagnosi della malattia e sotto il controllo sanitario di un Medico Veterinario. *

Dal divieto rimasero esclusi i prodotti contro la coccidiosi e l’istomoniasi dei tacchini, tra cui alcuni antibiotici , che possono essere ancora essere utilizzati come additivi nei mangimi destinati prevalentemente ai volatili.

 

Qualche considerazione

L’impiego “legale” degli antibiotici negli allevamenti zootecnici non comporta rischi significativi per quanto riguarda i residui; è inoltre fondamentale per garantire sia il benessere degli animali, sia la salubrità degli alimenti da essi prodotti.  

Esiste però il pericolo dell’induzione di farmacoresistenza che non riguarda il consumo degli alimenti di origine animale soprattutto se cotti, ma la possibile diffusione ambientale dei microrganismi farmacoresistenti.

Le limitazioni adottate nel settore zootecnico forniscono importanti garanzie per la salute pubblica, ma sarebbero inutili se non si adottano misure che impediscono altre fonti di farmacoresistenza (errori terapeutici umani, abuso di disinfettanti, terapie inadeguate negli animali da compagnia, ecc.).

Non è però corretto affermare che negli allevamenti non viene fatto uso di antibiotici sia perché quando è necessario sono impiegati a scopo terapeutico, sia e soprattutto perché l’impiego di alcuni è ancora consentito e probabilmente sono molti gli allevatori che li utilizzano in modo del tutto legale.

* avendo partecipato personalmente ai lavori che hanno portato al divieto di uso degli antibiotici come additivi dei mangimi, ricordo che molte organizzazioni della “filiera” zootecnica frapposero numerosi ostacoli.

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