Parassitosi alimentari – Trichinellosi: quale prevenzione?

Un recente fatto di cronaca ha riportato all’attenzione il problema trichinellosi negli animali selvatici, a torto ritenuto marginale. La trichinellosi è una zoonosi i cui principali serbatoi sono gli animali onnivori (suini domestici e selvatici), il cavallo (principale fonte di infezione per l’uomo in Italia e in Francia) e gli animali oggetto di attività venatoria (cinghiali, orsi, trichechi, volpi, coccodrilli, uccelli carnivori e onnivori). All’uomo si trasmette per via alimentare tramite il consumo di carni infestate crude o poco cotte di suini ed equini.

In passato la malattia era molto temuta e la sua frequenza, anche nell’uomo, era elevata: un tempo la diffusione della malattia era correlata al tipo di allevamento degli animali, a carattere prevalentemente domestico e, soprattutto, non erano disponibili informazioni scientifiche per la prevenzione sia a livello degli animali, sia per una corretta preparazione dei prodotti da essi derivati. Inoltre, essendo asintomatica negli animali, gli allevatori non potevano rendersi conto della presenza del parassita nei loro animali.

Nell’uomo l’aspetto clinico e il decorso di questa parassitosi sono subdoli e ciò può portare a confonderla con altre malattie. Il quadro delle manifestazioni è assai vario: da quadri asintomatici si può arrivare – passando per forme con diarrea, debolezza muscolare, febbre, edemi periorbitali – a forme molto gravi, caratterizzate da complicazioni cardiovascolari (a volte letali), neurologiche, oculari, respiratorie e digestive. In assenza di una terapia adeguata e somministrata nella prima fase dell’infezione, i disturbi clinici possono perdurare per settimane, mesi e in alcuni casi per anni dopo l’infezione.

Per individuare gli animali ammalati è fondamentale l’esecuzione dell’esame trichinoscopico, che viene effettuato dopo la macellazione e che consente di individuare la presenza del parassita e quindi di escludere le carni infestate dal consumo.

In un passato non troppo lontano, un elevato numero di suini veniva macellato direttamente a livello domestico per la trasformazione in salumi in gran parte crudi (salami, prosciutti, salsicce, capocolli, eccetera). In queste situazioni i controlli dei veterinari non erano frequenti e la prevenzione era soltanto il frutto dell’esperienza di chi macellava gli animali e ne manipolava le carni. Unendo quindi la scarsa prevenzione negli allevamenti e la carenza di controlli al momento della macellazione e della trasformazione, è chiaro come la trichinellosi rappresentasse un rischio zoonosico elevato. La modernizzazione degli allevamenti suini, con l’adozione di misure igieniche preventive, compresa l’esclusione della possibilità di contatti con animali selvatici e il controllo dei roditori, ha praticamente fatto sparire la trichinellosi nei suini e nei cavalli.

Il problema quindi sussiste ancora per quanto riguarda gli animali selvatici, quelli che vivono allo stato brado, dove ovviamente è praticamente impossibile attuare misure di prevenzione, e per quelli importati da paesi in cui i controlli sanitari non sono abbastanza stringenti.

L’ultimo caso segnalato in Italia di trichinellosi dovuta al consumo alimentare di animali allevati risale al 2011 in Sardegna per il consumo di carni di suini allevati però allo stato brado (e macellati clandestinamente). Più recentemente invece, e precisamente a gennaio di quest’anno, è stato segnalato un focolaio di trichinellosi in Toscana, in un gruppo di persone che si sono infestate consumando salsicce crude di cinghiale, ucciso durante una battuta di caccia. Evidentemente nessuno di loro ha pensato che queste carni potessero rappresentare un pericolo e non sono stati fatti i controlli che sarebbero stati necessari.

La maggioranza delle persone è convinta che la carne degli animali selvatici o che vivono allo stato brado siano sicure in quanto esenti da trattamenti farmacologici e quindi prive di residui di sostanze chimiche. Purtroppo la realtà è molto diversa e la migliore sicurezza alimentare si ottiene proprio consumando alimenti provenienti da animali sottoposti a “regimi” di prevenzione e con un controllo sanitario veterinario costante. Altrettanto importante è il controllo alla macellazione: questo aspetto potrebbe sembrare superfluo per gli animali che arrivano da allevamenti controllati; non c’è invece nulla di scontato perché un accurato esame ispettivo pre e post macellazione può consentire di scoprire la presenza di malattie a carattere zoonotico, ma anche capire se gli animali sono stati sottoposti a trattamenti farmacologici non consentiti.

Un altro aspetto da considerare è il fatto che zoonosi come la trichinellosi, la brucellosi o la cisticercosi sono poco conosciute dai medici a causa della loro ridotta frequenza, ed è difficile che capiti nella loro vita professionale di imbattersi in qualche persona affetta da tali patologie. La situazione è resa più complicata dal fatto che queste malattie alle volte possono confondersi con banali disturbi come un’influenza o una gastroenterite. In questi casi quando si riesce a fare una diagnosi differenziale corretta può essere troppo tardi, e la malattia può avere un decorso anche grave.

Appare paradossale che in una situazione di elevati standard di sicurezza degli alimenti si verifichino episodi come quelli ricordati, dipendenti soprattutto dall’erronea convinzione che i prodotti “naturali” siano di per sé sicuri. Non si può ignorare che nella igienicamente perfetta Europa, le tossinfezioni alimentari sono un tallone di Achille che ogni anno mietono centinaia di migliaia di vittime e che nella stragrande maggioranza dei casi sono conseguenza di disattenzioni e/o di informazioni sbagliate.

È il caso di cominciare una seria campagna di informazione che potrebbe vedere coinvolti, accanto ai veterinari del SSN, anche i liberi professionisti. Sono loro infatti ad avere i contatti più costanti con i cittadini e potrebbero divenire un formidabile strumento di educazione, con il duplice vantaggio di fare conoscere il valore della professione veterinaria e nello stesso tempo salvaguardare le salute pubblica.

Autore: Agostino Macrì per “La settimana veterinaria”
Data: 06 marzo 2013

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