Vino vegano: come si concimano le viti?

vino vegano

In un supermercato ho trovato in vendita un vino “vegano”. Da un piccolo cartoncino applicato alla bottiglia, ho appreso che quel vino era ottenuto senza fare ricorso a prodotti di origine animale e quindi poteva essere tranquillamente consumato anche dai vegani. Dopo la fermentazione dell’uva si ottiene il mosto che prima di divenire vino vero e proprio subisce alcuni trattamenti, tra questi esiste anche quello di “chiarificazione” che consiste nel passaggio su materiali che trattengono le particelle solide che provocano l’intorbidamento del vino stesso.

I materiali “filtranti” che possono essere utilizzati sono diversi tra cui anche alcuni di origine animale quali la colle di pesce, l’albumina, gelatine. Nel caso della produzione del vino vegano si adoperano dei materiali filtranti di origine minerale quali ad esempio la bentonite; in ogni caso il prodotto finale non contiene “residui” dei materiali “filtranti” anche se essi sono di origine animale.

Insomma si cerca di evitare di sfruttare in ogni modo gli animali anche se in modo indiretto.

Risalendo la filiera della produzione del vino si arriva inevitabilmente alla vigna: uno dei requisiti fondamentali per favorire la crescita della vite e avere un buon raccolto di uva, è la concimazione. Uno dei migliori concimi, peraltro raccomandati per una agricoltura sostenibile, è il letame che, come è noto, si ottiene dalle deiezioni degli animali.

Nel caso del vino in questione non è descritto in che modo sono state concimate le viti; probabilmente soltanto con concimi chimici e quindi i precetti del veganesimo dovrebbero essere stati rispettati.

Si tratta di un dettaglio che merita un approfondimento: l’aspetto della concimazione potrebbe creare numerosi problemi per l’alimentazione dei vegani, soprattutto per quelli che preferiscono gli alimenti “biologici”.

Una regola fondamentale dell’agricoltura “biologica” nelle sue varie forme, è quella di evitare l’utilizzazione di concimi chimici e di ricorrere a letame ottenuto peraltro da animali allevati con criteri “biologici”.

E’ un bel problema perché a questo punto i vegani sarebbero costretti a mangiare soltanto vegetali derivanti da colture fertilizzate con concimi chimici e dovrebbero probabilmente richiedere una specifica certificazione.

Forse però il tutto si può risolvere cercando di ignorare quello che effettivamente avviene in quanto poi nell’alimento vegetale “finito” non troviamo tracce “animali”.

Forse si tratta di un’astuta manovra di alcuni vinicoltori che per incrementare le vendite (magari a prezzi maggiorati), hanno pensato bene di sfruttare la tecnologia dei “filtranti” minerali.

Anche dall’applicazione dei principi “vegani” si possono fare degli ottimi affari e non ci sarebbe da stupirsi se in futuro qualcuno proponesse la vendita della frutta o della verdura ottenute esclusivamente con la concimazione con sostanze chimiche di origine industriale.

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